
In un contesto sanitario in rapida trasformazione, la neurologia ospedaliera è chiamata a coniugare innovazione, sostenibilità e integrazione dei percorsi di cura. In questa intervista Pasquale Palumbo, presidente della SNO - Scienze Neurologiche Ospedaliere e Direttore del Dipartimento delle Specialistiche Mediche e della Neurologia di Prato, riflette sulle sfide organizzative e cliniche che attendono la disciplina, dal ruolo della telemedicina alla continuità assistenziale ospedale-territorio, fino al valore della formazione manageriale e dell’esperienza internazionale. Uno sguardo che unisce visione strategica ed etica professionale senza mai perdere di vista la centralità del paziente.
Dottor Palumbo, quale sfida principale vede oggi per la neurologia ospedaliera in Italia?
La sfida principale è conciliare innovazione clinica e sostenibilità del sistema sanitario. Oggi disponiamo di scoperte e terapie che migliorano l’esito delle malattie neurologiche, ma molte di queste hanno costi elevati (pensiamo, per esempio, ad alcuni trattamenti per le demenze). Dobbiamo quindi sviluppare criteri di priorità clinica basati su evidenze, modelli di presa in carico che ottimizzino le risorse e percorsi che garantiscano accesso equo alle terapie. Parallelamente, è essenziale integrare diagnostica avanzata e nuove tecnologie in modo mirato, evitando sprechi e puntando su interventi ad alto valore clinico.
Come può la neurologia integrarsi meglio con le cure territoriali e la continuità assistenziale?
L’integrazione passa da un modello operativo: équipe unica di cura che unisca ospedale e territorio. Non serve solo proiettare risorse, ma organizzare reti funzionali — con protocolli condivisi, percorsi clinico-assistenziali e strumenti di comunicazione clinica — in cui il neurologo ospedaliero collabora stabilmente con specialisti territoriali, fisiatri, infermieri e servizi sociali e, in generale, con tutti gli specialisti delle neuroscienze. La disomogeneità regionale richiede poi soluzioni locali adattate, ma sempre fondate su linee guida comuni e sulla partecipazione attiva delle strutture ospedaliere come hub formativi e di riferimento.
In che modo la telemedicina e la tecnologia possono migliorare la presa in carico delle malattie neurologiche?
La telemedicina è strumento strategico sia nell’acuto sia nel cronico. Nell’ictus, per esempio, la connessione remota con neurologi e neuroradiologi può permettere decisioni rapide anche dove non è presente uno specialista h24; nella sfera cronica, molte visite di controllo e rinnovi di piani terapeutici possono essere gestiti a distanza, migliorando l’aderenza, riducendo le liste d’attesa e aumentando il comfort del paziente. L’obiettivo è integrare la telemedicina nei percorsi clinici con protocolli, formazione e infrastrutture adeguate, non semplicemente usarla come palliativo organizzativo.
Quale esperienza formativa o congresso ricorda come particolarmente stimolante nella sua carriera?
Due esperienze mi hanno segnato: l’incontro con l’università Bocconi, che mi ha fatto comprendere il valore della gestione delle risorse e dell’organizzazione sanitaria oltre alla clinica; e il Congresso Nazionale SNO del 2023, occasione in cui sono stato eletto presidente. Quel congresso, che abbiamo organizzato a Firenze, è stato un momento di confronto nazionale che ha unito prospettive diverse e ha rafforzato il progetto di valorizzazione del capitale umano nella nostra società scientifica.
In che modo l’esperienza internazionale ha influenzato il suo approccio medico e manageriale?
L’esperienza di cooperazione internazionale, come il progetto in Mali, ha avuto un impatto formativo profondo: insegnamenti pratici sulla sostenibilità dei progetti, sull’importanza della formazione locale e su come costruire interventi che possano continuare autonomamente. Non soltanto abbiamo fornito attrezzature diagnostiche e presidi farmacologici, ma abbiamo ospitato medici maliani in Italia per permettere una formazione adeguata. Questo approccio pragmatico si riflette nella mia gestione: progetti scalabili, attenzione alla formazione e alla trasferibilità delle competenze oltre alla responsabilità etica nel collaborare con realtà con risorse limitate.
Come influenzano interessi come musica, scrittura e disegno il suo modo di lavorare?
L’arte e la creatività sono fondamentali per la pratica clinica: la medicina è una scienza, ma è anche una pratica e il rapporto umano con il paziente richiede empatia, sensibilità e capacità comunicative. Attività creative aiutano a sviluppare strumenti comunicativi efficaci, a gestire momenti complessi (come la comunicazione di cattive notizie) e a mantenere una visione della cura che unisca rigore scientifico e attenzione alla persona.
Dottor Palumbo, che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere una carriera in neurologia o neuroscienze?
I giovani oggi hanno molte opportunità: ricerca, ospedale, territorio o esperienze all’estero. Il consiglio è seguire le proprie inclinazioni ma fare esperienza sul campo: il lavoro in corsia e sul territorio è formativo e permette di mettere in pratica le ricerche più innovative. Sperimentare ruoli diversi — ricerca, clinica, servizi territoriali — aiuta a formare un neurologo completo e capace di selezionare i percorsi più adatti ai pazienti e al sistema sanitario.
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